Omelia dell'Arcivescovo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi - 27 aprile 2010
1. La beatificazione del Venerabile Angelo Paoli, da una parte, è il giusto riconoscimento all’esistenza virtuosa di «Padre Carità» e, dall’altra, è un grande dono che il Santo Padre Benedetto XVI fa al benemerito Ordine Carmelitano, che aggiunge un’altra perla preziosa alla splendida collana dei suoi Santi e Beati, che profumano con le loro virtù il monte santo del Carmelo.
Come suggeriscono le odierne letture (1Gv 4,7-10; Gv 10,7-18), è la carità il sigillo della santità del Beato Angelo. Una carità tutta evangelica, che fa di lui un autentico figlio di Dio, che è amore infinito (cf. 1Gv 4,8). Una carità illimitata, che lo qualifica come “buon pastore”, che conosce, ama, nutre e difende le sue pecore e dà la vita per loro (Gv 10,7-18).
Dalle numerose testimonianze processuali, risulta che la sua esistenza fu tutta soffusa di soprannaturale. Il nostro Beato sembra vivere in uno scenario simile a quello descritto dal libro dell’Apocalisse, in cui convivono e si sviluppano, su due piani distinti ma correlati, le vicende terrene e quelle celesti dell’unica Chiesa di Cristo, santa, cattolica e apostolica.
La contemplazione di Padre Angelo deve presupporre questo contesto armonico di storia e di eternità. Egli dimorava, certo, in Toscana o a Roma, ma, in realtà, pellegrinava con il cuore, la mente e le azioni verso la patria celeste. La chiave della convivenza in lui, del cielo e della terra, era la sua carità, una carità taumaturgica, attinta al Cuore di Cristo e riversata nel cuore dell’umanità bisognosa.
Non ci si può meravigliare, quindi, se a un contadino, al quale chiede di poter cogliere dell’uva per gli ammalati, predice una vendemmia abbondantissima, che poi diventa realtà; se con un grosso paiolo, pieno di erbe, della sua porzione di cibo e degli avanzi del convento, riesce a dare un piatto caldo ai derelitti, che lo ringraziano chiamandolo “Padre Carità”;[1] se un giorno si nasconde dietro una siepe, si toglie la camicia e la mette addosso a un mendicante lacero e nudo;[2] se un’altra volta, capitato nel vivaio di Luca Magrini, prende una piccola zucca, la benedice e la zucca prodigiosamente diventa sempre più grande, sì da poter sfamare molti poveri.[3]
Cosa dire? La critica storica si trova a disagio di fronte a questa atmosfera di leggenda. Eppure questi fatti sono stati visti e affermati sotto giuramento da persone degne di fede. Del resto, anche sfrondando gli elementi prodigiosi, rimane, in fondo, il fatto incontestabile della carità di Padre Angelo e della sua fama di santità già in vita. A ragione i biografi affermano: «Il significato indiscusso dei suoi atti è sempre l’amore: benedicendo una zucca, cogliendo i grappoli d’uva, egli intende far piacere a Dio, portando sollievo corporale e spirituale ai derelitti, e l’essenza del suo gesto è questo suo ardore che non si lascia arginare dalle angustie delle circostanze».[4] Ancora sulla terra, Padre Angelo vive, respira e agisce nell’orizzonte divino della carità trinitaria, dalla quale attinge l’efficacia del suo agire.
2. Ripercorriamo con brevi cenni la sua vita, perché è altamente edificante rileggere le gesta di questo esemplare sacerdote di Cristo. Nato il 1° settembre 1642, nel paesino di Argigliano, allora nel Granducato di Toscana, in una famiglia allietata da quattro bambini e tre femminucce, fu battezzato col nome di Francesco. Fin da piccolo insegna ai suoi compagni il catechismo, tanto che qualcuno lo chiama il beghino, il bigottino.[5]
Diventato carmelitano e ordinato sacerdote, dopo aver risposto con umile prontezza ai numerosi spostamenti voluti dai superiori, giunse a Roma, chiamato dal Superiore Generale, che ben conosce le sue virtù di religioso obbediente e fedele alla regola.
Ed è Roma, la città che ammirò stupita lo spettacolo della sua carità. Siamo nel 1687. Giunto alla porta di Piazza del Popolo, gli si avvicina un lebbroso. Il Beato lo abbraccia. Dagli atti processuali apprendiamo che il lebbroso «abbracciato da Padre Angelo, leccandogli la testa piena di lepra nel tempo stesso che egli leccava e lambiva, la lepra spariva».[6]
L’Urbe contava allora centotrentamila abitanti, contro i seicentomila di Parigi. Ma era ricca di artisti di ogni genere, che la stavano ornando di edifici e di monumenti grandiosi, sotto la guida di creatori di bellezza come Bernini, Borromini e i loro discepoli. La Chiesa di San Martino ai Monti era stata appena restaurata quando Padre Angelo giunse a Roma. Era Papa il Beato Innocenzo XI (1676-1689), grande riformatore del clero, il cui motto era «meglio meno preti, ma buoni».[7]
La città si orna di questo suo figlio, che, tra gli altri incarichi, ottiene anche l’impegno di interessarsi dei poveri, degli infermi e dei carcerati. Le misteriose antenne dei poveri captarono subito le onde di generosità che si sprigionavano dal cuore del frate di San Martino ai Monti e le diffusero nell’Urbe, attirando folle di poveri e di derelitti. Quando il Padre scendeva in cortile al mattino trovava ad aspettarlo centinaia di mendicanti.
Senza essere né creduloni né iconoclasti, dobbiamo prendere questi racconti come testimonianze fedeli alla realtà dei fatti. E i testimoni sono concordi nel dire che Padre Angelo, al mattino, disponeva i mendichi in buon ordine e parlava loro di Dio e delle loro sofferenze. Era un vero conforto alla loro indigenza. Quasi per incanto, la loro povertà si trasformava in ricchezza davanti a Dio, le pietre grezze diventavano diamanti purissimi e preziosissimi.
Ma la fame continuava a mordere la loro esistenza. Ed ecco che il nostro Beato passa dalle parole ai fatti. Confidando nella Provvidenza divina, riesce a dare loro un pasto quotidiano. Più poveri andavano da lui, e più provviste arrivavano al convento. Una volta il benefattore era il principe Ruspoli, un’altra volta monsignor Giuseppe d’Aste, decano della reverenda Camera, un’altra volta era una donazione misteriosa, ma altrettanto abbondante.
3. Un sacerdote che lo assisteva, un certo Don Giovanni Santinelli, un giorno chiese al Padre dove doveva prendere il pane, dal momento che non c’era più niente. Il Padre gli rispose che possedeva una grande dispensa dove non mancava mai niente. Il Santinelli, pensoso, si avvia alla cella e trova pane e vino in abbondanza. Dopo la distribuzione, il buon sacerdote volle vederci chiaro e chiese al Superiore e ai frati del Convento dove era la dispensa o il ripostiglio segreto di Padre Angelo. Tutti, però, gli risposero che non c’era nessuna dispensa e nessun deposito di viveri. Padre Angelo non aveva nulla, la sua dispensa era la divina Provvidenza.[8]
Memorabile l’episodio avvenuto il 3 febbraio 1714. In cortile c’era una schiera di poveri, per la precisione 284; nella sacca del pane, invece, c’erano solo cinquantadue pagnotte intere e quattro mezze pagnotte. Come fare a dare a ogni donna e a ogni uomo una pagnotta intera, e mezza pagnotta ai bambini? Il Padre Angelo, senza scomporsi, comincia a disitribuire una pagnotta a ogni adulto e non mezza ma una pagnotta intera anche ai ragazzi. Il Santinelli era angosciato per quella generosità sconsiderata, che avrebbe lasciato senza niente la maggior parte dei presenti. Invece, il Padre continuò a dare una pagnotta a testa fino a quando tutti i 284 poveri ebbero ricevuto il loro pane. A Santinelli, che chiese a quale forno si riforniva, il nostro Beato rispose serafico: al forno della Provvidenza.[9]
4. Padre Angelo non era solo venerato e amato dai poveri, dai malai, dai carcerati, ma anche dai Papi, dai Cardinali, dai principi e dai nobili romani, che beneficati da lui spiritualmente lo aiutavano con offerte generose. Egli diventava così il ponte che univa le mani del povero che chiedeva con le mani del ricco che donava.
La Roma del Sei-Settecento era la città di una nobiltà opulenta e danarosa, che, da una parte, edificava palazzi sontuosi, dove non era per niente assente la pietà cristiana, e, dall’altra, dava alla Chiesa papi, cardinali e santi, culturalmente e spiritualmente eccellenti. Sono notissimi i nomi di queste famiglie: Aldobrandini, Borghese, Barberini, Pamphili, Chigi, Crescenzi, Rospigliosi, Pallavicini, Altieri, Ottoboni, Ludovisi, Boncompagni, Orsini, Colonna, Odescalchi, Massimo, Falconieri, Albani. Erano i grandi del tempo. Di fronte a questo olimpo, Padre Angelo mantenne un atteggiamento di umiltà e di rispetto, facendo, però, trasparire apertamente la sua preferenza verso i poveri e i bisognosi, da lui accolti con particolare finezza, dei quali compativa le miserie e ai quali veniva incontro con generosità.[10]
Molti nobili erano suoi penitenti. Venivano da lui anche per ricevere lumini sulla scelta dello stato o per chiedere preghiere. La principessina Vittoria Altieri, ad esempio, prossima alle nozze, cadde inferma. Nonostante le cure dei medici più illustri, sembrò peggiorare sempre di più. Chiamano Padre Angelo, che, incurante dei responsi negativi, tranquillizzò tutti dicendo che le febbri sarebbero passate al più presto e la giovane sarebbe tornata più sana di prima. Al processo Donna Vittoria testimonierà: «né mai più mi ritornò la febbre: andai sempre migliorando, fino a tanto che restai perfettamente sana».[11]
Da un altro patrizio, il giovane Marcello Crescenzi, apprendiamo il fatto sorprendente della moltiplicazione dei confetti, durante una visita agli ammalati del San Giovanni.[12] Allo stesso giovane, Padre Angelo consigliò poi la carriera ecclesiastica. Marcello divenne arcivescovo di Ferrara e cardinale di Santa Romana Chiesa. Da cardinale dichiarò sotto giuramento: «Tutti gli atti di virtù da me veduti, il Servo di Dio li esercitava con prontezza, con gusto, con ilarità, ed in modo straordinario».[13]
Un altro grande personaggio del tempo, il cardinale francese Joseph La Trémoille, ambasciatore di Luigi XIV presso Clemente XI, gran signore nel tratto e integro di costumi, sul letto di morte, pregò Padre Angelo, nel quale riponeva grande fiducia, di recarsi da Clemente XI per chiedere la benedizione in articulo mortis.
Dal canto suo, prima di congedarsi da Roma per diventare viceré di Napoli, l’ambasciatore imperiale Conte Gallas inviò a Padre Angelo una somma notevole di monete d’oro, oltre a tre casse piene di mostaccioli napoletani, di confetture e di canditi, subito distribuiti ai poveri.[14]
Altri nobili con i quali ebbe famigliarità spirituale e che alimentavano il cenacolo della sua carità furono, fra gli altri, il Cardinale Volfango Schrattenbach, il principe Livio Odescalchi, il marchese Ruspoli, il principe Marcantonio Borghese, il marchese Serlupi, il marchese Francesco Maria Piccaluga, ricchissimo genovese e munifico benefattore.
Di quest’ultimo si racconta che un giorno accompagnò Padre Angelo in visita, come di consueto, agli ammalati del San Giovanni. Incontrò sofferenze inimmaginabili: ammalati con cancrene, mal di cuore, febbri quartane; vide membra consunte dall’incuria e dalla sporcizia. Moralmente quello spettacolo edificò il marchese, ma fisicamente lo disturbò. Nausea e un terribile mal di testa lo assalirono. Ciononostante, il Padre Angelo lo invitò per il giorno dopo; il risultato fu lo stesso. Al terzo invito, il marchese rifiutò. Padre Angelo, però, lo rassicurò: il mal di testa gli sarebbe passato. Così fu e il marchese continuò ad accompagnare il nostro Beato, diventando un suo assiduo e generoso collaboratore.
5. A chi poneva obiettava che la frequentazione della nobiltà romana potesse essere un indizio di ambizione, Padre Angelo, con profonda umiltà e distacco, rispondeva che il suo apostolato, in realtà, era «la maggior croce» ricevuta da Dio.[15]
È una risposta dalla quale traspare la sua riluttanza agli onori e la diffidenza verso se stesso. Del resto, dalle labbra stesse del nostro Beato apprendiamo il rifiuto del cappello cardinalizio: «Se avessi voluto applicarmi a questa dignità, non avrei aspettato fino adesso – confessò con semplicità – ; Innocenzo XII mi voleva dare il cappello, ma io non mi volli applicare a questa carica, perché consideravo che sarebbe stato di danno ai poveri che non avrei potuto aiutare».[16]
Un giorno il Priore, vedendolo in procinto di uscire per le sue opere di carità, lo apostrofò duramente: «Vagabondo, sempre in giro e mai in convento». Padre Angelo si inginocchiò e chiese la benedizione. E, a chi gli faceva osservare che non era stato giusto quel rimprovero, rispose che il Signore visita in molti modi, con la povertà, con la malattia, e anche con le umiliazioni. Il rimprovero del Priore era per lui una visita del Signore.
6. I poveri per lui erano immagini di Cristo e venivano trattati come nobili: «Chi strapazza i poveri, strapazza Dio, perché nei poveri s’ha da riconoscere quel gran personaggio che è Dio benedetto, e siccome i grandi della terra non si minacciano, né si strapazzano, ma, se occorre, si correggono con rispetto, così occorre fare con i poveri, e non si devono disprezzare né maltrattare con fatti e con parole, ma, se occorre, correggerli con carità, e con rispetto».[17]
Diceva ancora: «Dove sono i poveri, ivi è Dio. Chi cerca Dio, deve andarlo a trovare tra i poveri. Nell’infermità e povertà si ritrova Dio».[18] «La maggior grazia che Dio mi possa fare, sarebbe quella di sacrificare la mia vita per la Carità, giacché non ho potuto sacrificarla per la Fede, come per tanto tempo ho desiderato».[19]
La sua grande carità attingeva l’audacia a una sconfinata fiducia nella Provvidenza. A chi gli faceva osservare che non aveva soldi per realizzare i suoi progetti assistenziali rispondeva: «Sappi che è più ricco un povero fraticello quando confida vivamente in Dio, che tutti i banchieri del mondo».[20]
Aggiungeva: «La mia fiducia è appoggiata unicamente nella Divina Provvidenza: io non ho mai chiesto nulla alla gente. Perché chi veramente si affida a Dio, non ha avidità né di chiedere né di ricevere... Una delle grazie più belle che mi abbia fatto il Signore è proprio questa: senza che io mostri nulla a chicchessia, Dio di giorno in giorno mi manda la sua santa Provvidenza».[21]
Ogni sua azione apostolica era una strofa del suo cantico della carità. Un testimone ai processi afferma: «Più volte mi diceva che, se egli avesse mosso una mano, o fatto un passo, e non l’avesse fatto per l’amore di Dio, si sarebbe stimato il più ingrato uomo del mondo, perché per solo amore dobbiamo impegnarci nel Suo servizio».[22]
Dalla carità scaturiva quel suo riposare sul petto del Signore e il vegliare il Santissimo di notte. Al falegname del convento, al quale Padre Angelo apriva la porta al mattino presto, disse una volta: «Mi si è fatto giorno senza che me sia accorto. Sarebbe un grande errore che, stando il Signore esposto nella nostra chiesa, non ci fosse qualche sacerdote ad adorarlo».[23]
7. Trentatre anni egli visse a Roma, che divenne, come per san Filippo Neri, la sua patria di adozione. Nell’Urbe, Padre Angelo lasciò in eredità un’opera di sapore moderno: il Convitto dei convalescenti poveri. In città c’erano molti ospedali, ma non esisteva una struttura per ospitare i degenti guariti, ma ancora deboli e bisognosi di cure ricostituenti. La soluzione era spesso l’accattonaggio. Padre Angelo avvertiva il disagio di questi poveretti, che, da modesti ma onesti artigiani, non rare volte si trasformavano in questuanti petulanti, lamentosi e amareggiati. Come poteva l’elemosina essere una corretta cura ricostituente? Ci voleva una struttura che accogliesse i convalescenti, per farli mangiare e dormire tranquilli e poi inviarli al lavoro quotidiano.
Da sognatore pragmatico, Padre Angelo cominciò a sistemare uno per uno questi convalescenti presso famiglie o presso contadini, per dieci, quindici, venti giorni. In tal modo ne salvò molti dal decadimento fisico e morale. Ma la sua intenzione era di aprire un vero e proprio albergo per i convalescenti. Vincendo resistenze e difficoltà, riesce nell’impresa e, nel 1710, il convalescenziario si apre sullo Stradone di san Giovanni. È lo stesso Padre Angelo che sulla porta accoglie i primi ospiti dicendo: «Venite, fratelli, questa è casa vostra; da qui non farete partenza, se non quando sarete perfettamente guariti».[24] È il primo esempio di questo tipo in Italia.
A Roma sant’Ignazio di Loyola aveva fondato il rifugio per gli ammalati di strada, san Filippo Neri un ospizio per accogliere per soli tre giorni i convalescenti poveri, il nostro Beato ne crea uno che li ospita fino al completo recupero delle forze e lo fa con una larghezza di comodità impensabili a quel tempo. Ai convalescenti offre una colazione abbondante, una minestra saporita, porzioni di carne e frutta cotta, il tutto condito dalla sua allegria. Padre Carità era anche provetto organista e cantore.
In una giornata invernale, Padre Angelo muore come un patriarca, attorniato dai suoi confratelli, alle ore sei e tre quarti di sabato, venti gennaio 1720. Si spegne così il cuore grande di un Santo e di un grande benefattore di Roma e dei suoi poveri.
8. «Pater Angelus Paoli, Pater pauperum». É questa l’iscrizione posta sulla sua tomba ed è questa la carta d’identità del nostro Beato, «Padre dei poveri». Il nostro breve cenno biografico ha delineato il significato di questo appellativo di nobiltà cristiana, dato al Beato Angelo Paoli, chiamato anche «Padre Carità».
Io vorrei qui rilevare l’attualità del nostro Beato, come figura che, nonostante tre secoli di distanza, conserva una straordinaria modernità. Possono essere cinque i messaggi che il nostro Beato consegna anzitutto ai suoi confratelli Carmelitani, e poi anche ai sacerdoti, ai consacrati e consacrate, a tutti i battezzati.
1. Anzitutto la sua esistenza virtuosa ci richiama l’impegno della nostra santificazione. Questo resta il compito di ogni battezzato in qualsiasi tempo egli viva e in qualsiasi situazione egli si trovi: «Conformemente ai propri doni e alle proprie funzioni – dice il Concilio Vaticano II – , ognuno deve avanzare senza esitazioni sulla via della fede viva, che tiene desta la speranza e opera mediante la carità».[25] La santità è la vocazione di tutti i cristiani, chiamati a santificarsi, vivendo le virtù della fede, della speranza e della carità. In questo anno sacerdotale, questo richiamo è soprattutto rivolto ai sacerdoti e ai consacrati. Dai santi apprendiamo che senza preghiera e penitenza non ci può essere fedeltà sacerdotale né tanto meno santità.
2. Inoltre, l’attualità del Beato Angelo è data dalla sua predilezione verso i poveri e gli infermi. I poveri ci sono e ci saranno sempre in ogni società. Essi non cessaranno mai di bussare alla porta della Santa Madre Chiesa e al cuore misericordioso dei cristiani. Dio Trinità ispira in ogni tempo i suoi figli più generosi a soccorrere questi sventurati, che sono il volto di Cristo sofferente nella storia. L’attenzione fattiva ai poveri, ai malati, ai carcerati e a tutti i bisognosi della terra è un richiamo di grande attualità per tutti noi. È sulle opere di misericordia corporale e spirituale che verterà il giudizio finale di nostro Signore Gesù Cristo: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
3. In terzo luogo, i Santi sono portatori di valori eterni, come la fede, la speranza, la carità. Pur immersi nel loro tempo, essi vivono con radicalità le virtù evangeliche, diventando modelli che superano la barriera del loro tempo. San Paolo, San Francesco d’Assisi, il Santo Curato d’Ars, San Giovanni Bosco, nonostante la lontananza temporale, si sporgono al di là della loro epoca, diventando nostri contemporanei, per la qualità eroica della loro esistenza cristiana. Il Giudizio Universale di Michelangelo era bello ai suoi tempi ed è bello ancora oggi. La santità - come la bellezza, la bontà e la verità - è una realtà che trascende il tempo, pur incarnandosi in persone che vivono nella loro epoca. Non è il tempo – ieri o oggi – che determina l’esemplarità del nostro Beato Angelo, ma l’alta qualità della sua esistenza cristiana e della sua carità. E sappiamo che la carità non avrà mai fine. I santi non sono come le foglie secche di un albero autunnale, che cadono con il morire della stagione. I santi sono raggi eterni del sole divino, Cristo Signore, che illuminano per sempre i giorni e le opere della Chiesa.
4. In quarto luogo, la carità immensa del nostro Beato aveva la sua fonte zampillante nella preghiera e nel sacrificio eucaristico. Padre Carità era un innamorato dell’Eucaristia. Restava in adorazione notti intere, senza riposare. È dal pane degli Angeli che egli attingeva l’audacia per donare il pane della terra a centinaia di poveri ogni giorno, confidando nella Provvidenza divina che, come si dà cura degli uccelli dell’aria, così provvede ai suoi figli. In lui, l’Eucaristia metteva armonia tra la preghiera e l’azione. L’Eucaristia era il ponte della carità tra i ricchi e i poveri. I poveri chiedevano e i ricchi provvedevano. Ed entrambi ringraziavano Dio per i doni ricevuti. Ancora dal sacrificio eucaristico, Padre Carità attingeva il suo caratteristico atteggiamento di accoglienza rispettosa e nobile sia dei ricchi sia dei poveri, senza distinzioni di classi, perchè la carità non discrimina nessuno.
5. Come carmelitano viveva intensamente la devozione mariana. Maria era la sua madre celeste: «Confezionava gli abitini della Madonna e li distribuiva ai benefattori e ai devoti. Quando la gente lo assalì e, per devozione verso di lui, ridusse in pezzi il suo abito, si limitò a dire ridendo: “Si vede quanto il popolo cristiano è devoto dell’abito della Madonna”».[26]
Maria, la madre di Gesù, carità divina incarnata, guidava i passi del suo figlio devoto verso gli amici di Gesù, i poveri. Il nostro Beato ripeteva spesso: «Dove sono i poveri, ivi è Dio. Chi cerca Dio, deve andarlo a trovare tra i poveri. Nell’infermità e povertà si ritrova Dio».[27]
Educato da Maria, nostra madre nella fede, Padre Angelo affinò la virtù della fede. Era il suo terzo occhio spirituale, col quale vedeva e valutava le vicende terrene alla luce della volontà di Dio. Per questo era un autentico Angelo.
[3]Processo informativo di Firenze, p. 186s; Processo informativo di Pescia, p. 59, 91, 94, 103.
[4] G. Papasogli – G. Verrienti, Un apostolo sociale. Padre Angiolo Paoli, Ancora, Milano 1962, p. 46.
[5] Pier Tommaso Cacciari, Della vita, virtù e doni soprannaturali del Venerabile Servo di Dio P. Angiolo Paoli, Carmelitano dell’Antica Osservanza, Roma 1756, p. 7.